Neither Here Nor There e’ il libro di Leide Porcu che esamina l’esperienza psicologica dell’essere un immigrato e offre strategie per promuovere la resilienza, l’adattamento e il benessere. In un momento in cui oltre 250 milioni di persone vivono al di fuori del loro paese d’origine, questo libro risponde a una necessità globale tra gli psicoterapeuti che lavorano con una popolazione immigrata in crescita, spesso in difficoltà, enfatizzando la consapevolezza culturale, la sensibilità al trauma e l’umiltà culturale. Abbiamo fatto una bella e approfondita chiacchierata con l’autrice che ringraziamo.
Cosa l’ha ispirata a scrivere un libro su questo argomento? C’è stata un’esperienza personale o professionale che ha influenzato la sua decisione?
La mia storia di spostamenti è cominciata a 19 anni. Ho scelto la facoltà di Lingue e Letterature Straniere soprattutto per avere una buona scusa per studiare all’estero, viaggiare e andare via da situazioni che mi stavano strette. Ero una francesista, quindi prima ho perfezionato il mio francese. Poi ho dato due esami di inglese ed è a Londra che ho cominciato a pensare di venire in America. A volte aiuta avere molta spavalderia. A volte si cade e le cose vanno male.
Sono partita con la sbruffonaggine di una ragazzina che, pur provenendo da una parte marginale dell’Italia, aveva abbastanza identità positive — ero bella, intelligente, molto brava a scuola e avevo qualche soldo in tasca — per pensare di poter affrontare qualunque situazione. Ognuno ha i suoi pregiudizi. Non mi aspettavo molto dagli americani e immaginavo che sarebbe stato solo un piccolo salto. Ho sottovalutato quanto potesse essere difficile ambientarsi alla Columbia e avere successo in quell’ambiente.
Ho avuto difficoltà non solo a leggere tutti quei libri in inglese con i vecchi metodi perfezionistici che mi portavo dall’Italia, ma anche a parlare “off the cuff”, cioè intervenire spontaneamente e criticare autori importanti senza avere ancora abbastanza conoscenze. Tutte cose che, per me, non avevano molto senso. Criticare autorità o “mostri sacri” con così poco materiale mi sembrava strano. Inoltre il mio inglese era molto scarso, perché in realtà l’ho imparato davvero solo poco prima di venire qui, a 27 anni.
I miei studi, inoltre, non mi avevano preparato a parlare davvero. Ero abituata a sostenere esami in cui ripetevo quello che avevo letto. Non ero stata allenata a dibattere e neppure a scrivere. Ho imparato a usare una tastiera in America. La mia tesi di laurea, infatti, l’avevo dettata a una persona che poi la batteva a macchina.
Non ero abituata a pranzare da sola o ad avere colleghi che scappavano a fare le loro cose quando dicevo “Hi, how are you?”. Mi sentivo male, ma non lascio mai qualcosa a meno che davvero non veda nessun vantaggio nel continuare. Non ero pronta psicologicamente a lasciare le mie sicurezze e a mettermi così tanto in discussione. Vedevo che non solo io soffrivo, ma anche i miei compagni. Una collega straniera ha cominciato a perdere i capelli. Un’altra ha lasciato il programma. Io sono stata la prima in assoluto a finire.
Ma anche questa volta, in parte per ignoranza, ho commesso un errore: non si dovrebbe uscire dallo status di studentessa se non si ha già un altro status legale pronto. Credo di non essere stata seguita abbastanza da un punto di vista burocratico e legale. O forse gli strumenti c’erano, ma io non avevo capito cosa significasse davvero essere senza status. Nella mia ignoranza pensavo: finisci presto e bene e sarai premiata. Non è così. Se finisci troppo presto, rischi di perdere lo status — a meno che non ti sbrighi a trovare un’altra soluzione. Io ero troppo concentrata negli studi e nel tollerare lo stress per capire davvero il sistema.
Comunque non è vero che mi sentissi davvero così sicura e superiore agli americani, pronta per qualunque cosa. C’era una parte di me che allora non avevo ancora imparato ad ascoltare e che non si sentiva affatto così sicura. Semplicemente non mi ero mai sintonizzata con quella voce.
Così, prima di partire, ho avuto degli attacchi di panico. Non sapevo nemmeno cosa fossero. Nell’ignoranza delle dinamiche psicologiche che caratterizzavano anche la mia famiglia, pensavo di stare morendo. Pensavo di impazzire. Pensavo di non poter stare da sola o fare qualunque cosa. All’improvviso, da ragazza che partiva da sola per Parigi, Londra o Montpellier per studiare e lavorare, mi ero ridotta a una persona impaurita che non voleva nemmeno uscire dalla propria stanza.
A volte i grandi cambiamenti nella vita si attraversano anche così: con piccole dosi di SSRI, molto giardinaggio — che per me è sempre stato terapeutico — e un po’ di coraggio. È così che sono riuscita a prendere quell’aereo per l’America e cominciare il mio master in antropologia, leggermente in ritardo.
Una volta arrivata negli Stati Uniti ho iniziato una terapia, ed è così che è cominciato il mio amore per la psicoanalisi. Erano anche gli anni in cui alla Columbia andavano molto di moda Freud, Lacan, Deleuze e Guattari, che sono diventati alcune delle mie letture preferite.
Quando ho vinto una nuova borsa di studio per proseguire gli studi, ho deciso di aggiungere alla mia già intensa agenda anche un training in psicoanalisi. Ho continuato così a studiare contemporaneamente per un PhD in antropologia alla Columbia e a seguire un training psicoanalitico all’Institute for Psychoanalytic Training and Research, IPTAR.
Una volta finito il dottorato, avevo ancora diversi anni davanti a me per completare il training psicoanalitico, che è durato sette anni. Questo mi teneva di fatto legata a New York e non mi permetteva di fare quello che fanno molti antropologi, cioè spostarsi da un’università all’altra alla ricerca di una posizione stabile. Inoltre avevo difficoltà ad accedere ai grant, perché non ero ancora permanent resident.
A quel punto, dopo un breve periodo di insegnamento come adjunct in antropologia a New York, ho optato per un lavoro clinico. Così alla mia esperienza personale si è aggiunta quella dei miei pazienti.
All’IPTAR, alla Washington Square Clinic e al Western Queens Consultation Center ho lavorato con pazienti immigrati, studenti internazionali e seconde generazioni di ogni possibile intersezione sociale. Poco a poco ho maturato una comprensione sempre più chiara di quanto il sistema possa essere duro per gli immigrati, e talvolta anche ingiusto e oppressivo per alcuni di loro.
Essendo un’antropologa, facevo fatica a seguire alcune lezioni completamente concentrate sui processi interni, con poca attenzione alle strutture sociali che influenzano la psicologia. Ma sono abituata a compartimentalizzare e ad andare avanti. Non ho lasciato: ho continuato, mettendo tra parentesi alcune cose e concentrandomi su tutto ciò che stavo comunque imparando.
A un certo punto, quando ho avuto un po’ più di respiro, ho deciso che volevo scrivere il libro che sarebbe stato utile a me quando sono arrivata qui.
Ma mi rendo conto anche che è stato un privilegio poterlo scrivere. Ci sono molte persone che sanno quanto me, o più di me. Penso ad esempio ad alcuni colleghi latinoamericani estremamente competenti, ma molto più oppressi dal sistema e costretti a lavorare per lunghissime ore. Io invece ho potuto permettermi, per un periodo, di vedere meno pazienti e dedicare tempo alla scrittura.
Alla fine ho capito che stavo scrivendo il libro che avrei voluto trovare quando sono arrivata in America.
Quali sono le principali sfide psicologiche che gli immigrati affrontano, secondo il suo libro?
Quando parliamo di immigrati stiamo usando un termine molto generale. L’identità di immigrato si intreccia con molte altre identità, creando allo stesso tempo vantaggi e oppressioni. Non possiamo paragonare un “cervello in fuga” italiano a una persona latinoamericana senza mezzi che lascia il proprio paese per cercare opportunità o per proteggersi da un sistema socio-politico che non offre sicurezza. Eppure immigrati così diversi hanno anche qualcosa in comune.
Prima di tutto fanno parte di un sistema globalizzato che li coinvolge entrambi, creando allo stesso tempo vulnerabilità e possibilità. Anche nel caso migliore, l’immigrazione comporta difficoltà psicologiche e difficoltà a interagire con le istituzioni.
Prendo l’esempio di due vignette cliniche che ho presentato in una delle mie ultime classi. Una riguarda Maria, una donna peruviana che nel suo paese aveva un lavoro d’ufficio di responsabilità, parlava bene la lingua e si sentiva abbastanza forte da volere di più. Non era venuta negli Stati Uniti per disperazione, ma per ambizione. Una volta arrivata qui, però, i suoi titoli non sono stati riconosciuti e ha finito per lavare scale. Il primo impatto è stato un profondo senso di svalutazione. Non solo il suo lavoro era cambiato, ma anche il modo in cui gli altri la vedevano. Parlava inglese con un accento forte e a volte qualcuno le diceva: “Qui si parla inglese!”. Non si sentiva vista né valorizzata. Con il tempo ha cominciato a sentirsi sempre meno se stessa, sempre più silenziosa, sempre meno disposta a esporsi.
Un altro esempio è quello di una studentessa francese, una giovane accademica di classe media molto brillante. Nel suo paese si sentiva sicura nella propria identità di studiosa. Negli Stati Uniti, invece, si sentiva improvvisamente inadeguata. Per descrivere questa sensazione uso a volte la metafora dell’albatro di Baudelaire: maestoso nel suo elemento naturale, ma goffo e impacciato quando si trova fuori dal suo ambiente. Nella nuova lingua si sentiva insicura, esitava quando parlava e a volte arrivava persino a bloccarsi per la paura di sbagliare.
Questi sono solo esempi, ma mostrano alcune delle sfide psicologiche più comuni che molti immigrati affrontano: la perdita di status sociale, il senso di svalutazione, la difficoltà di esprimersi in un’altra lingua, il dubbio su se stessi e una progressiva erosione dell’autostima.
A questo si aggiunge spesso la perdita delle reti di sostegno — famiglia, amici, riferimenti culturali. Molti immigrati vivono una forma di disorientamento identitario e temporale, una sensazione di essere “in mezzo”, tra due mondi. Alcuni portano anche con sé storie di trauma legate alla migrazione stessa — alla partenza, al viaggio o alle condizioni di arrivo — che possono manifestarsi come ansia, paura o sintomi simili al PTSD.
Naturalmente ogni immigrato ha una storia diversa: la storia prima della partenza, il viaggio e l’arrivo sono molto diversi da persona a persona. Qualcuno può arrivare con un passato traumatico ma, se trova accoglienza e opportunità, può anche recuperare e costruire una vita produttiva.
Quello che sappiamo però è che sistemi di detenzione, sospensione legale o marginalizzazione non aiutano le persone a guarire né a contribuire pienamente alla società. È una perdita per tutti, perché molti immigrati — quelli che riescono a resistere e andare avanti — sono persone estremamente resilienti e capaci di dare molto al paese in cui arrivano.
In che modo la sua formazione o il suo background hanno influito sulla sua comprensione delle esperienze migratorie?
Il mio background sardo mi ha fatto percepire fin da piccola la subalternità e la svalutazione regionale e linguistica. Anche le differenze di genere e di classe erano molto evidenti per me. Sono cresciuta in una famiglia di modesti nouveau riches: mio padre vendeva pesce nel mercato ittico all’ingrosso, quindi proveniva da un ambiente di classe umile, anche se nel tempo aveva raggiunto una certa prosperità economica. Ricordo, per esempio, che per la mia laurea mi regalò una borsetta Chanel. Tuttavia, questo relativo agio economico non ha significato un vero ingresso nella classe borghese. Si potevano avere alcuni simboli di status, ma restavano differenze di origine, di linguaggio e di ambiente sociale.
La nostra storia familiare includeva anche forme di migrazione interna, che mi hanno reso molto presto consapevole di come le gerarchie sociali e territoriali funzionino anche all’interno dello stesso paese.
Anche le differenze di genere erano molto evidenti. Sono cresciuta in una famiglia estremamente patriarcale, con tutto il potere accentrato su mio padre e una moglie apparentemente sottomessa e silenziosa. In realtà dire “silenziosa” non sarebbe del tutto corretto. Come le donne arabe descritte nel libro Veiled Sentiments di Lila Abu-Lughod, mia madre esprimeva proteste e disappunti attraverso le canzoni, attraverso il dire e non dire, attraverso forme indirette di espressione che le permettevano di comunicare ciò che non poteva dire apertamente.
In ogni caso, le donne non erano valorizzate quanto gli uomini, né da mio padre né nell’ambiente di potere che lo circondava. Questo mi ha resa molto sensibile alle dinamiche di potere fin da giovane.
L’antropologia mi ha poi aiutato a capire quanto la lingua sia importante: non solo come strumento per osservare le dinamiche di potere, ma anche come mezzo per esercitarlo, esprimerlo e negoziare l’accesso a spazi di riconoscimento e autorità. Inizialmente ero interessata alla retorica e all’umorismo; poi mi sono avvicinata all’antropologia linguistica e allo studio dell’umorismo come forma di negoziazione sociale.
Oggi, nelle mie classi di social work, insegno anche strumenti che non sono strettamente terapeutici ma che aiutano i pazienti a difendersi nel mondo sociale: per esempio riconoscere le microaggressioni e rispondere con micro-interventi o con quelli che la mia collega Neelu Kaur chiama “interruption shields,” di cui parlo anche nel libro.
Il fatto di essermi sentita a volte senza potere — e di aver visto mia madre in quella posizione per una fase della sua vita — mi ha segnata profondamente. L’antropologia e la psicoanalisi mi hanno dato il linguaggio teorico per comprendere queste dinamiche.
In seguito ho studiato anche CBT e mindfulness. Le considero risorse molto utili, ma spesso mi sembravano incomplete, perché tendono a concentrarsi sul benessere interiore come responsabilità individuale. Questo è certamente importante, ma diventa limitante se non si porta nella conversazione anche il contesto sociale che può stressare, distorcere o opprimere l’esperienza delle persone. Se ci si ferma solo al lavoro interno non si cambia la società, si riproduce il sistema.
Io penso che la responsabilità del malessere sociale debba essere condivisa. Quando il malessere individuale ha cause strutturali, queste non devono essere nascoste ma analizzate, discusse e, quando possibile, cambiate. Per questo, dopo i miei studi psicologici, il sociale è rientrato con pieno diritto nel mio lavoro clinico. Non possiamo parlare di benessere psicologico senza parlare anche delle strutture sociali in cui le persone vivono.
4 Ha riscontrato differenze significative nell’esperienza di immigrati provenienti da diverse regioni o culture?
Sì, ho osservato differenze significative, ma anche alcune dinamiche comuni. Una delle chiavi per comprenderle è proprio la cultura.
La cultura non è semplicemente uno sfondo o un “background”. La cultura forma le persone, la loro resilienza e anche la loro capacità di reagire e reinventarsi.
Quando una persona migra, la cultura da cui proviene entra inevitabilmente in relazione con la cultura del paese ospitante. Le due culture possono mescolarsi, restare separate, entrare in tensione — a volte creando quasi un cocktail esplosivo — oppure combinarsi in modo produttivo.
In alcuni casi le persone non vogliono o non possono perdere la propria cultura. Pensiamo, per esempio, a ciò che alcuni studiosi chiamano il fenomeno del “perpetual foreigner” o del “forever immigrant”: alcune popolazioni continuano a essere percepite come straniere anche dopo molti anni o generazioni. Questo accade spesso, per esempio, a molti immigrati africani o afro-discendenti negli Stati Uniti, e influenza profondamente il modo in cui negoziano la propria identità culturale.
Altre comunità mantengono volontariamente forti segni culturali. Penso, per esempio, ad alcuni britannici che vivono a New York e continuano a parlare con il loro accento e a coltivare un forte senso di identità inglese anche vivendo all’estero.
Altri immigrati invece sentono il bisogno di mimetizzarsi, di nascondere le proprie differenze e diventare quasi dei camaleonti per potersi integrare più facilmente.
Altri ancora riescono a muoversi tra più mondi culturali e sviluppano quella che possiamo chiamare una capacità di code-switching culturale e linguistico, cioè la capacità di passare da un registro culturale all’altro in modo fluido e produttivo. Nella mia pratica clinica ho visto tutte queste strategie di adattamento.
Nel libro cerco di mostrare che non esiste una sola modalità giusta di adattamento culturale. Le persone trovano modi diversi di negoziare il rapporto tra la propria cultura di origine e quella del paese ospitante, e questa negoziazione diventa parte fondamentale del loro processo di resilienza. Nella mia pratica clinica ho visto tutte queste strategie di adattamento.
5 Come vede il ruolo della comunità di New York nell’aiutare gli immigrati a adattarsi e a trovare un senso di appartenenza?
La comunità è uno degli aspetti più importanti per il sostegno degli immigrati. Molte ricerche mostrano che le reti comunitarie possono offrire protezione, supporto emotivo e anche accesso a risorse molto concrete.
Allo stesso tempo, gli studi indicano anche che gli immigrati che rimangono completamente chiusi all’interno della propria comunità, specialmente se si tratta di una cultura stigmatizzata, tendono ad avere meno opportunità di crescita rispetto a coloro che riescono ad avere accesso sia alla propria comunità sia alla società più ampia.
Le comunità possono essere particolarmente importanti quando offrono opportunità di networking e di mobilità sociale ascendente. Possono aiutare le persone a trovare lavoro, informazioni, contatti e orientamento in un sistema nuovo e spesso complesso.
Un esempio molto concreto viene proprio dalla comunità italiana a New York. Molti gruppi di donne hanno chat e reti informali dove si scambiano informazioni su opportunità di lavoro, servizi, case, scuole e altre risorse utili. Spesso si offrono anche aiuti pratici o oggetti gratuitamente. In questi spazi non si condividono solo informazioni: si crea anche un senso di comunità, si discutono problemi comuni e si trova sostegno reciproco.
Questo tipo di solidarietà può essere estremamente importante per chi arriva in un paese nuovo. Anche il fatto di avere una comunità disposta ad ascoltarti è fondamentale. Ricordo, per esempio, che quando sono stata eletta al Comites ho parlato direttamente con molte donne della comunità, ho chiesto loro di sostenermi, e loro mi hanno ascoltato e votato. Anche questo fa parte della forza delle reti comunitarie.
Allo stesso tempo, le comunità funzionano meglio quando non sono completamente chiuse. Possono mantenere e valorizzare la propria cultura senza doverla cancellare per assimilarsi completamente alla cultura americana.
L’obiettivo ideale non è perdere la propria cultura, ma sviluppare la capacità di muoversi tra più mondi culturali. Questo significa poter fare code-switching culturale e linguistico, cioè passare da un contesto culturale all’altro in modo fluido.
Oggi questa capacità viene spesso descritta con il termine cultural fluidity: la possibilità di avere accesso a più culture, sentirsi a proprio agio in contesti diversi e costruire un senso di appartenenza che non è limitato a un solo mondo. Per molti immigrati a New York, la città stessa offre proprio questa possibilità: rimanere radicati nella propria comunità ma allo stesso tempo avere accesso a molte altre culture e opportunità.
6 In che misura crede che la cultura di origine di un immigrato possa influenzare il loro processo di adattamento nel nuovo Paese?
Non è tanto la cultura di origine, da sola, a determinare il processo di adattamento. Piuttosto è l’incontro tra due culture e tra due sistemi sociali.
La cultura è certamente importante, ma da sola non basta a spiegare l’esperienza migratoria. È solo uno degli elementi dell’intersezione che forma l’identità di una persona. Inoltre, quando parliamo di “cultura”, usiamo spesso un termine molto generale. Quale cultura italiana, per esempio? Quella di Milano quartieri bene o quella delle campagne? O quella sarda? E anche lì, quale Sardegna: quella urbana di Cagliari o quella dei pescatori o i pastori dell’interno? Anche all’interno dello stesso paese esistono differenze regionali, sociali e linguistiche molto profonde.
Per esempio, due persone possono provenire dalla stessa cultura nazionale ma avere caratteristiche molto diverse. Pensiamo a due immigrati dello stesso paese, uno con la pelle chiara e uno con la pelle scura. Una volta arrivati negli Stati Uniti, potrebbero essere percepiti e trattati in modo molto diverso, perché vengono immediatamente inseriti in categorie razziali diverse.
Questo mostra come l’esperienza dell’immigrazione sia influenzata dall’intersezione tra cultura, razza, classe sociale, genere e status legale. In molti casi, negli Stati Uniti, la percezione della razza tende a prevalere su molte altre categorie sociali.
Per questo motivo l’adattamento non dipende semplicemente dalla cultura che una persona porta con sé, ma dal modo in cui quella cultura entra in relazione con il sistema sociale del paese ospitante.
7 Ha riscontrato differenze significative nell’esperienza di immigrati provenienti da diverse regioni o culture?
La cultura di origine può certamente influenzare il processo di adattamento, ma non sempre nel modo in cui si pensa. Può aiutare soprattutto quando le culture sono percepite come relativamente vicine. Per esempio, immigrati provenienti dall’Inghilterra o da altri paesi europei con tradizioni culturali simili a quelle dominanti negli Stati Uniti possono trovare alcuni aspetti dell’adattamento più semplici.
Tuttavia, non è la cultura da sola a determinare l’esperienza migratoria. Piuttosto conta l’incontro tra due culture e tra due sistemi sociali.
Inoltre, quando parliamo di “cultura”, usiamo spesso un termine molto generale. [Rosa, vedi sopra]. In molti casi, negli Stati Uniti, la percezione della razza tende a prevalere su molte altre categorie sociali. Per questo motivo l’adattamento non dipende semplicemente dalla cultura che una persona porta con sé, ma da come quella cultura entra in relazione con il sistema sociale del paese ospitante.
Infine, anche il valore attribuito alle culture non è neutrale. Le culture non esistono nel vuoto: sono inserite in sistemi economici e rapporti di potere più ampi. Oggi molte culture circolano e vengono riconosciute all’interno di un sistema globale fortemente intrecciato con il capitalismo.
Questo significa che anche le categorie di “alta cultura” sono spesso il risultato di rapporti di potere simbolico. Le società che hanno maggiore potere economico e culturale possono anche influenzare ciò che viene riconosciuto come arte legittima o come cultura di valore.
Per questo motivo l’esperienza degli immigrati non dipende soltanto dalla cultura che portano con sé, ma dal modo in cui quella cultura viene percepita e collocata all’interno delle gerarchie sociali, economiche e simboliche del paese ospitante.
8 Qual è, secondo lei, l’importanza del supporto psicologico per gli immigrati e come dovrebbe essere strutturato?
Molte persone stanno oggi lavorando per creare programmi di supporto psicologico per immigrati e rifugiati, e questi programmi sono estremamente importanti. Un aspetto interessante di alcuni di questi interventi è che, in certi casi, si tratta di protocolli che possono essere applicati anche da persone che non sono psicoterapeuti, purché ricevano una formazione adeguata e lavorino sotto supervisione. Questo può rendere il supporto più accessibile, soprattutto in contesti dove le risorse professionali sono limitate.
Naturalmente la psicoterapia, quando è necessaria, è una componente importante, ma rappresenta solo una parte di un quadro molto più ampio. Il benessere psicologico degli immigrati dipende anche da molti altri fattori come: strumenti di adattamento, orientamento nel nuovo paese, accesso alle istituzioni, reti di supporto sociale e comunitario.
9 Cosa spera che i lettori possano trarre dal suo libro riguardo alla comprensione e al supporto degli immigrati nelle loro comunità?
Spero prima di tutto che i lettori possano riconoscersi nel libro e che possa contribuire a un dialogo sull’argomento. L’esperienza migratoria è spesso fatta di momenti di grande forza ma anche di momenti di dubbio e di difficoltà. Mi piacerebbe che chi legge potesse ritrovare in queste pagine alcune delle proprie esperienze e sentirsi meno solo.
Vorrei anche che gli immigrati potessero continuare a credere nel proprio valore, anche quando il nuovo sistema lo mette a dura prova, e soprattutto nei momenti più difficili. L’immigrazione richiede spesso una grande capacità di adattamento, ma è importante anche riconoscere che alcune difficoltà non dipendono solo dall’individuo. Esistono anche oppressioni e ostacoli strutturali che fanno parte dei sistemi sociali in cui viviamo.
Un altro obiettivo del libro è aiutare le persone a trovare parole per articolare le proprie emozioni. Quando le emozioni rimangono confuse o non riconosciute, a volte possono trasformarsi in reazioni impulsive o distruttive, rivolte verso gli altri o verso se stessi. Avere un linguaggio per descrivere ciò che si prova può essere un primo passo per elaborarlo in modo più costruttivo.
Spero anche che il libro aiuti i lettori a cominciare a costruire una sorta di mappa per il proprio percorso: una mappa che permetta di orientarsi meglio nel nuovo contesto, bilanciando identità, relazioni, aspirazioni e realtà.
Infine, naturalmente, spero che chi trova valore nel libro lo condivida con altre persone che potrebbero trarne beneficio e che contribuisca a far conoscere queste riflessioni nelle proprie comunità. Il mio lavoro si colloca proprio all’interno di questa prospettiva più ampia. È un lavoro che si sviluppa a un livello sia teorico sia pratico, con un contesto urbano come quello di New York. Le mie osservazioni provengono dalla mia pratica clinica, dalle esperienze passate in diverse cliniche e anche da piccole esperienze di volontariato con persone in situazioni di grande difficoltà.
Il libro e il mio lavoro cercano di offrire un approccio integrativo. Non propongono risposte rigide o un unico protocollo applicabile a un gruppo specifico. Piuttosto cercano di aprire uno spazio di riflessione che coinvolga diversi attori: immigrati, terapeuti, operatori sociali e comunità.
In questo senso il libro vuole funzionare come un ponte. Non è pensato come un manuale tecnico per una sola popolazione, ma come uno strumento che aiuti a pensare, a riconoscere e ad articolare meglio le questioni e le difficoltà che emergono nell’esperienza migratoria.
10 Quali suggerimenti darebbe ai professionisti che lavorano con immigrati per migliorare la loro efficacia e comprensione delle esigenze psicologiche di questi individui?
Uno dei primi suggerimenti che darei ai professionisti che lavorano con immigrati riguarda anche i terapeuti che sono essi stessi immigrati. Quando un immigrato lavora con un paziente immigrato può crearsi facilmente un sentimento di familiarità, quasi di fratellanza o gemellaggio. Questo può essere anche positivo, ma bisogna fare attenzione. L’identificazione può far dimenticare che, nonostante alcune somiglianze, esistono comunque differenze importanti tra terapeuta e paziente.
Questa apparente fratellanza può nascondere differenze significative — per esempio differenze di classe sociale, di potere, di percorso migratorio o di posizione professionale—maschera le differenze. In un mio lavoro pubblicato sui sogni, per esempio, ho descritto una situazione in cui il mio paziente proveniva da una classe sociale molto più alta della mia. Questo è un promemoria importante: dobbiamo essere capaci di riconoscere sia quando il paziente è in una posizione più vulnerabile, sia quando le dinamiche di potere vanno nella direzione opposta.
Anche fattori come la classe sociale, il colore della pelle o il tipo di capitale culturale possono avere un’influenza molto forte sulla relazione terapeutica e sulla costruzione della fiducia.
Allo stesso tempo, credo che una terapia con un terapeuta immigrato — anche se non della stessa nazionalità del paziente — possa spesso essere molto utile. Un terapeuta che ha vissuto un’esperienza migratoria può essere più sensibile a questioni legate alla lingua, alla svalutazione linguistica o professionale, alle dinamiche culturali e spirituali, e alle molte forme di invisibilità o di disconoscimento che gli immigrati possono incontrare.
Infine, incoraggerei anche i terapeuti non immigrati, in particolare quelli americani, a riflettere più a fondo su queste dinamiche. Se posso permettermi di dirlo, consiglierei loro di leggere il mio libro. Non perché contenga verità straordinarie o definitive, ma perché cerca di aprire uno spazio di riflessione e di conversazione su temi che spesso non vengono affrontati abbastanza nel lavoro clinico.
Lavorare con immigrati significa accettare che la sofferenza psicologica non nasce mai solo dentro la mente delle persone, ma anche nell’incontro tra storie individuali e strutture sociali.
11 Infine, quali sono i suoi progetti futuri o nuovi temi che intende esplorare in lavori successivi?
Tra i miei progetti futuri ci sono diverse direzioni che mi piacerebbe esplorare.
Una di queste è scrivere un libro per bambini. Penso che sia molto importante parlare di migrazione, identità e incontro tra culture anche ai più giovani, con un linguaggio accessibile e immaginativo.
Vorrei anche riprendere la mia dissertazione di dottorato. Non l’ho mai pubblicata perché, a un certo punto della mia vita, ho dovuto cambiare campo in modo piuttosto rapido e lasciare l’antropologia per dedicarmi alla formazione clinica. Mi piacerebbe tornare su quel materiale e trasformarlo in qualcosa di diverso, forse in un memoir che racconti anche la storia di mio padre e del mondo da cui provengo.
Un altro progetto che sto esplorando è quello di portare queste tematiche nel mondo dell’arte. Recentemente ho presentato a un ente una proposta per uno spettacolo teatrale sull’immigrazione. Mi interessa molto l’idea di usare forme artistiche per raccontare esperienze migratorie e creare spazi di riflessione.
In generale, mi piacerebbe portare alcune delle idee che ho sviluppato nel mio lavoro anche fuori dall’ambito accademico e clinico, nel mondo culturale e artistico. L’arte può raggiungere persone che forse non leggerebbero un saggio o un libro di psicologia, e può contribuire ad aprire conversazioni più complesse su un tema come l’immigrazione, che oggi viene spesso raccontato solo in chiave negativa.

